Incontro speciale con il regista Alessandro Tonda a Piazza Vittorio

Cronaca di una serata speciale, seduti con lo sguardo rivolto a un grande schermo bianco. Sul palco, due figure raccontano la genesi del film “Il Nibbio”. Lo fanno chiacchierando e parlando direttamente con il pubblico. Succede che durante la serata facciamo involontariamente un salto indietro nel tempo, a 20 anni fa. Ci troviamo catapultati in cucina, di fronte alla televisione mentre vediamo e ascoltiamo al tg le notizie della guerra in Iraq, quella della amministrazione Bush post-attentato alle Torri Gemelle.
Storia di un sacrificio: il cinema civile nei giardini intitolati a Nicola Calipari
Il Nibbio ricostruisce i ventotto giorni del sequestro di Giuliana Sgrena, fino al tragico epilogo sulla Route Irish di Baghdad, dove Nicola Calipari del SISMI (i servizi segreti italiani), mentre scorta la giornalista appena liberata, muore in automobile a seguito di una sparatoria. Un “fuoco amico” americano.
Il film ha ricevuto il Globo d’Oro come Miglior Film e il Nastro d’Argento della Legalità, qui però non sono i premi a “premerci”. Quello che emerge, ascoltando Tonda, è un’urgenza diversa: raccontare il sacrificio di un uomo delle istituzioni. Una storia per immagini che racconta il nostro passato recente e ci aiuta a riflettere sul futuro, attraverso gli occhi di questo eroe. Un padre, un uomo di tutti i giorni che però manca a una appuntamento con i figli perché scatta quella telefonata – la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena è stata rapita in Iraq. Mantenendo un silenzio riservato, il padre indossa l’impermeabile e diventa l’agente, l’uomo al servizio dello Stato.
Il film affronta queste sfumature con grande rispetto, dimostrando quanto si tratti di una storia “di persone e non di personaggi”, lasciando delle domande a cui possiamo tutti dare una risposta. Per costruire insieme una idea di futuro, perchè si può ancora.
Sfida del film per stimolare questo pensiero attivo nel pubblico, è stata non cadere nella retorica. Un aspetto che ha coinvolto emotivamente lo stesso regista, Tonda, soprattutto prima della proiezione privata nei confronti della famiglia dell’agente del SISMI. Una proiezione che ha sciolto tutta la tensione in lacrime, un abbraccio liberatorio per chi è rimasto. E ricorda ancora.
Anche il modo in cui Sonia Bergamasco ha attraversato il personaggio di Giuliana Sgrena è stato un viaggio dentro una tensione costante. Se The Shift – precedente opera di Tonda – era girato quasi interamente nello spazio ristretto di un’ambulanza, un luogo chiuso, compresso, qui lo sguardo si apre: deserti, strade, orizzonti larghi. Eppure, a un certo punto, anche questa storia torna a stringersi, a farsi asfittica, claustrofobica nelle stanze del rapimento. Un fil rouge che lega il primo film all’attuale, capace di tendersi mentre un respiro si accorcia, facendo tremare la terra sotto i piedi.
La tensione è nelle corde del regista. Spiega al pubblico che non si definisce un autore, non ama quella parola. Non si considera un intellettuale. È arrivato al cinema dalla gavetta, dal lavoro manuale sul campo – soprattutto con Stefano Sollima – dove il cinema di genere era prima di tutto ritmo, azione.
Tonda è un regista, racconta storie per immagini e dentro quelle immagini mette se stesso. Le sue ossessioni, le sue fragilità, i suoi temi.
Temi delicati, importanti. Come quello della giustizia negata e del ruolo del cinema civile. Mentre è una stagione in cui gli elicotteri volano intorno a Piazza Vittorio per via delle proteste contro il genocidio in Palestina, Tonda dice con emozione: “Forse riscoprire questo cinema di impegno civile ci giova, in un momento storico in cui il mondo precipita nel caos“.
Tanto è vero che la proiezione nelle scuole de Il Nibbio, è considerato un passaggio fondamentale per far capire ai ragazzi che non basta scorrere uno schermo, rimanendo a casa, per cambiare presente e futuro. Bisogna impegnarsi, uscire, andare in piazza, farsi sentire.
“La mia generazione ha già perso il momento propizio”, confessa. “Spero che i più giovani possano ancora alzare la voce perchè forse loro possono ancora cambiare le cose”.
Un soffio di speranza che arriva nella scena finale del film. Quella camminata sospesa, quasi irreale – nasce per caso. Tonda racconta: “Non ero soddisfatto del finale così come era stato concepito inizialmente. Sentivo l’esigenza di infondere una ventata di speranza, di trovare il modo per far sopravvivere Calipari oltre la morte.”
La soluzione è emersa a una inquadratura recuperata in montaggio da Chiara Vullo. “Stavamo riprendendo la scena della telefonata alla famiglia sulla spiaggia. Terminato il dialogo, avrei dovuto dare lo stop, ma mi accorsi che Claudio [Santamaria] si voltava e iniziava a camminare verso di noi. Ho lasciato scorrere l’inquadratura – una prassi comune sui set per cogliere l’imprevisto – senza immaginare che l’avrei utilizzata”. Ecco che la scena scorre oltre il previsto e Santamaria, continua a camminare, senza fermarsi. [fonte: Luci Sulla Scena Magazine]
Nell’arena intitolata a Nicola Calipari, questa scena risulta indimenticabile. Rimanendo sospesa tra finzione e realtà, mantiene intatta la capacità di essere un monito alla resistenza.
Perché, come ricorda Tonda, “quando chiudi gli occhi e tutto sembra perduto, qualcuno deve continuare a camminare“.

Il significato di essere a Piazza Vittorio e una curiosità sul regista
Intervistato da Valentina Cioni per i canali social del Cinevillage, Tonda dice:
“Portare Il Nibbio ai Giardini Nicola Calipari è un’emozione. Oltre ad aver girato una scena importante proprio in questo giardino, esserci oggi è quasi un segno del destino. Lo abbiamo approcciato (questo film) con un grande senso di responsabilità nei confronti di un uomo delle istituzioni che rappresenta un po’ ciò che, spero, tutti noi vorremmo fossero gli uomini delle istituzioni. Quindi essere qui è davvero emozionante.”
Ma qual è stato il film che gli ha fatto dire ‘Voglio fare anche io cinema”?
“Sono due film completamente diversi tra loro: Top Gun e Amores Perros di Iñárritu. Due opere opposte, ma che rispecchiano ciò che cerco nel cinema: l’intrattenimento unito a una riflessione più profonda, senza restare in superficie. Quando ho visto Top Gun per la prima volta ho pensato: è questo che voglio fare nella vita.”
Con questo ardore e passione, come dargli torto.







