Il 25 giugno il regista Simone Manetti, lo sceneggiatore Emanuele Cava, la produttrice Agnese Ricchi e il distributore Gianluca Pignataro presentano “Tutto il male del mondo” nell’arena estiva di Roma.
di Massimo Righetti – Articolo completo qui: Luci Sulla Scena Magazine
Nell’ambito della XXVI edizione di Notti di Cinema, il pubblico romano incontrerà il regista Simone Manetti, lo sceneggiatore Emanuele Cava, la produttrice per Ganesh Agnese Ricchi e il distributore di Fandango Gianluca Pignataro, prima della proiezione di Giulio Regeni – Tutto il male del mondo. È uno di quegli eventi in cui la sala diventa luogo politico prima ancora che spazio di intrattenimento, e la presenza degli autori, non solo del regista, ma anche di chi lo ha prodotto e distribuito, restituisce al film la sua natura di lavoro collettivo, costruito in anni, non in una stagione.
Il linguaggio della post-verità: come Manetti ha scelto di girare
Quello che rende urgente vedere questo documentario non è la cronologia dei fatti, purtroppo già nota a chiunque abbia seguito la vicenda, ma la grammatica visiva con cui Simone Manetti e il direttore della fotografia Gianluca Ceresoli hanno deciso di raccontarla. Il film rifiuta sistematicamente l’immagine pulita e rassicurante del telegiornale, quella stessa immagine che in Egitto contribuì a etichettare Giulio come “spia” per giustificarne la sparizione. Al suo posto, una ricerca meticolosa di found footage: riprese clandestine, telecamere nascoste, video di smartphone sgranati e tremolanti, in cui il giovane ricercatore non è mai soggetto consapevole dell’inquadratura ma appare di sfuggita, quasi un fantasma del proprio stesso archivio. È un’estetica del sospetto applicata a un Paese, l’Egitto del 2016, dove perfino la fonte di cui ti fidi può essere l’ingranaggio del tuo tradimento.
A questa frammentazione caotica si oppone, per contrasto netto, il registro delle riprese contemporanee dedicate ai genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni e all’avvocata di famiglia Alessandra Ballerini. Qui la macchina da presa si ferma: inquadrature rigorosamente statiche, alta definizione ineccepibile, un’illuminazione neutra che rinuncia deliberatamente ai chiaroscuri drammatici capaci di teatralizzare il dolore. È una scelta che restituisce dignità ai protagonisti prima ancora che racconto: la loro testimonianza non diventa mai sfogo disperato, ma lucida requisitoria civile, pronunciata a nome di un intero Paese.
Perché andarlo a vedere proprio adesso
Vederlo in un’arena estiva, su grande schermo, non è un dettaglio. La dialettica fotografica su cui il film si regge, il caos asfittico del found footage egiziano contro la quiete statica delle deposizioni familiari, ha bisogno di uno schermo grande per produrre davvero quella sensazione di annegamento e perdita dei punti di riferimento che Simone Manetti, insieme agli sceneggiatori Emanuele Cava e Matteo Billi, hanno costruito fotogramma per fotogramma. È un’esperienza diversa da quella della messa in onda televisiva: la radicalità di un film che rifiuta ogni rassicurazione narrativa si misura meglio al buio di una piazza che davanti a uno schermo domestico. Ed è anche per questo che vale la serata: alla potenza delle immagini si aggiunge l’occasione di ascoltare da chi le ha scritte, dirette, prodotte e distribuite, l’esperienza umana che sta dietro ogni scelta di linguaggio.







