Incontro speciale con i registi Antonio Piazza e Fabio Grassadonia a “Cinevillage Villa Lazzaroni”

Nella serata del 17 Luglio al termine della proiezione sotto le stelle di IDDU – L’Ultimo Padrino , i registi Antonio Piazza e Fabio Grassadonia hanno incontrato il pubblico dell’arena cinema di Villa Lazzaroni. Una lunga sessione di domande da parte del pubblico e del moderatore, Massimo Righetti, ha dato forma a un dialogo ricco di senso sul cinema e sulla lotta per la legalità nel Meridione, in particolare in Sicilia.
Con questa opera i registi di Salvo e Sicilian Ghost Story hanno di fatto chiuso una trilogia dedicata al mondo mafioso, andando a smontare quelli che da tropi sono diventati cliché ormai riproposti secondo schemi fin troppo familiari per il pubblico. Lavorare a IDDU è stato quindi un modo per decostruire le aspettative del genere e provare a far emergere i fantasmi che agitano e abitano il contesto della criminalità organizzata.
Il fantasma di Messina Denaro: un cinema di sensazioni per dare corpo alle ombre della Sicilia
Se i cliché dei “mafia movies” oscillano tra espedienti fiction e mitizzazione del boss, la regia di Piazza e Grassadonia in IDDU si compone di elementi innovativi. La loro narrazione include sensazioni, suoni, trasmessi con questa scelta stilistica radicale:
“Quello che ci interessa profondamente è trovare un modo per dare consistenza alle anime che sono conficcate dentro un certo mondo.” – dice al microfono Antonio Piazza – “Per farlo, l’inquadratura non può esaurirsi nel solo valore visivo ma deve arricchirsi di suoni, silenzi e musiche per interrogare il senso profondo del visibile e dare corpo alle zona d’ombra di quel mondo“.
Aggiunge, chiarendo un’altra differenza rispetto al passato: “Se in ‘Salvo’ e ‘Sicilian Ghost Story’ la parola era usata con parsimonia perché poteva ancora veicolare umanità, in Iddu è onnipresente e ingannevole. In questo mondo di ‘falsificatori e mentitori’ la parola è comunque menzogna”
Ed è la parola di Messina Denaro a fornire contesto e sostanza, attraverso l’estensiva attività di ricerca che l’ha potuta documentare: materiali di archivio, cronaca giornalistica e… pizzini.
Ne scopriamo il valore dalla risposta a questa domanda: la cattura di Messina Denaro ha in qualche modo influenzato la sceneggiatura?
“Quello che è noto adesso, dopo l’arresto, sono un sacco di pettegolezzi” – ha spiegato Piazza – “ma la domanda fondamentale, come sia stato possibile per lui rimanere latitante per trent’anni, è rimasta immutata. I diari e i pizzini emersi dopo la cattura hanno confermato il ritratto che già avevano delineato: quello di un narcisista ipernarcisista manipolatore'”
Quello che risalta in IDDU è un ritratto che supera i confini corporei del boss per dipingere un quadro barocco e decadente: un ritratto di abbandono, che strutturalmente risponde alla domanda “Perchè raccontare ancora la mafia?”
La tematica non è una fissazione, semmai è un atto di consapevolezza civile. Basta pensare ai problemi che soffocano oggi Sicilia e Meridione, a distanza di più di mezzo secolo dal Dopoguerra. Con una sanità al collasso e una viabilità fatiscente, stretta nella morsa della siccità fino alla emorragia di giovani fuggiti all’estero o al nord, la regione Sicilia presenta i chiari sintomi di un sistema di potere che ne ha depauperato le risorse.
Ecco perché raccontare la mafia, ancora oggi, significa dare un nome ai fantasmi che continuano a perseguitare il futuro di una terra meravigliosa.
Per chi non l’avesse ancora visto, IDDU – L’ultimo padrino è un film assolutamente da recuperare e di cui parlare in comunità, come fatto in una notte d’estate a Villa Lazzaroni.
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